Visitammo la mostra di Nunzio al Macro proprio un anno fà. Ci colpì molto Mediterranea, 51 elementi di legno carbonizzato appoggiati a due pareti d’angolo: discutemmo se fossero lance e scudi archilochei; ci domandammo se fossero stati appena deposti oppure erano ordinatamente pronti ad essere imbracciati per l’imminente battaglia; ma poi ci venne il dubbio che componessero piuttosto l’alfabeto inespugnabile di una scrittura antica; e prima di andare indugiammo ancora po’ sul titolo che sottolineava l’interpretazione di un Mediterraneo come sublime fonte arcaica di matericità, di essenzialità, di ritmicità…

Ex Pastificio Cerere, San Lorenzo , Via degli Ausoni, 2 / Venerdì 20 Gennaio 2006

ore 12.00.

Daniele. Ti facciamo una domanda molto diretta che in fondo è quello che ci interessa sapere: che cos’è il Mediterraneo per Nunzio?

Nunzio. Devo dire che per ciò che riguarda questo argomento io rimango ancora molto legato a quello che ho imparato a scuola cioè che il Mediterraneo è tutti i popoli che si affacciano su questo mare medi-terraneo. Un luogo mentale prima che fisico.  Poi io trovo il mare Mediterraneo tra i più belli e più interessanti… Non che gli altri siano meno affascinanti, anzi! A volte sono più caldi, più limpidi… Ma il Mediterraneo ha permesso alle culture che si erano sviluppate nelle vicine civiltà orientali di diffondersi e confrontarsi… Pensa a Ulisse che lo ha percorso in lungo e in largo fino ad arrivare alle Colonne d’Ercole. Credo che il Mediterraneo sia veramente la culla della cultura occidentale – che poi è quella greca –  anche perché è stato, anzi, continua ancora ad esserlo, lo sfondo del conflitto ideologico e religioso tra l’oriente e l’occidente … di culture che si aprono e si scontrano sotto una luce che è unica…

Irene. Una luce unica? In che senso?

Nunzio. Beh la luce meravigliosa del Mediterraneo! Il sole che c’è tutti i giorni probabilmente è la quintessenza che ha permesso alla cultura greca di irradiarsi … è una cosa unica! Ogni luogo  possiede un carattere unico che influenza il modo con cui si impara a rapportarsi con il mondo. Io penso sempre ad un viaggio che ho fatto qualche tempo fa in Madagascar che avevo visto solo in televisione o al cinema. Quello è un posto con un tasso di umidità pazzesco che ti cambia il respiro, dove il cielo sembra che ti tocchi la faccia e la notte hai l’impressione persino di poterlo afferrare … Li l’umidità e il calore fanno si che la vegetazione si riproduca con velocità accelerata e i paesaggi intorno cambiano molto più rapidamente … Niente a che vedere la situazione che trovi a Delo per esempio …

Daniele. Ecco, i luoghi che secondo te più incarnano i valori di questo Mediterraneo che ci stai raccontando?

Nunzio. Credo che siano per la maggior parte in Grecia… Kekova è un posto straordinario che amo molto, vicino ad Antalia; poi il Monte Athos che ho visitato tanti anni fà quando ancora ci si poteva andare; poi ti direi una parte della Spagna ma anche il Nord Africa che purtroppo non conosco molto bene, e forse la Turchia che potrebbe essere considerata la porta a oriente di questo Mediterraneo che entra a contatto con la cultura islamica.

Daniele. Hai detto prima che la luce del Mediterraneo è estremamente significativa. Immagino che anche per il tuo lavoro sia molto importante. Come si concilia la fascinazione per la luce, la luminosità,  con le tue opere che invece sembrano “mangiare” quasi la luce ? Tu ti esprimi con il legno bruciato che è nero … È curioso, non trovi?

Nunzio. Si è vero, a me piace lavorare con questi materiali grezzi e abbastanza semplici. Uso anche il piombo e a volte la ruggine, anche se devo dire che ho iniziato con il gesso che invece è bianco… Comunque, diciamo che io sono la parte scura del Mediterraneo, quella più nera, che deriva da un archetipo primordiale. In fondo io brucio il legno per togliere tutta l’estetica naturale del materiale e farlo diventare il suo fossile, la sua anima: rimane lo stesso ma con un altro aspetto, il più essenziale.

Daniele. È come se eliminassi la patina della vita, del tempo…

Nunzio Si, diciamo così… Pensa invece che per dieci anni ho lavorato con il gesso che dipingevo ad acquerello. All’inizio persino lo immergevo nel colore per cui subiva delle trasformazioni nel tempo dovute all’assorbimento dell’acqua e del colore: a me sembravano un pò delle schegge, non so come definirle in un modo comprensibile, come delle forme un pò scheggiate intorno, come delle scaglie insomma, che poi venivano appese alla parete e qualche volta toccavano terra … volevo ricostruire dei luoghi mentali un pò mnemonici.

Irene. E invece questa tua opera “Mediterranea” che tra l’atro è stata esposta al Macro? Ci racconti come nasce questo titolo?

Nunzio. Quella è un opera particolarmente grande che ho realizzato in occasione di una mostra in un museo tedesco nel 1989. Andai a vedere il museo e parlando con il direttore riuscii a convincerlo per farmi assegnare un certo spazio. All’inizio pensavo di fare tutt’altro ma poi è nata questa opera con tanti elementi che sono una specie di alfabeto personale fatto di tanti rimandi, di tanti aspetti come quello della divisione dello spazio oppure della scansione del ritmo. Ma la cosa che mi piace far notare è che questi 51 elementi sono stati appoggiati alle pareti come se fossero in procinto ci essere imbracciati e trasportati via. C’è una forte tensione in questo … come di attesa. Poi, essendo disposti attorno ad un angolo, costituiscono una sorta di percorso di 13 metri e non un’opera da guardare solo nella sua interezza. Il titolo Mediterranea è nato dal fatto che ho impiegato molto tempo per realizzarlo e mi sono accorto di essere andato a pescare nei rapporti più intimi con le mie radici …

Daniele. Potremmo dire che questi 51 elementi sono simulacri di un alfabeto spaziale primordiale?

Nunzio. Non del tutto … Io penso che la parola giusta sia “archetipo”. Infatti non è né arcaico né primitivo, perché ha a che fare con un filtro che è quello della storia dell’arte, della sua evoluzione … Se vedi Picasso, ne ha fatto una lunga esperienza, e proprio come artista del Mediterraneo!

Daniele. Perché’ Picasso è uno che incarna bene i valori del Mediterraneo?

Nunzio. Beh, c’è tutto Goya, c’è Velazquez, c’è la luce, c’è il movimento… Poi lui viveva ad Antibes, portava la maglia a righe e già la maglia a righe fa parte della sua storia!  Credo che la Spagna anche se porta d’occidente, l’Andalusia in particolare, sia proprio il simbolo assoluto del Mediterraneo di cui ci sentiamo parte.  Poi io ti dico questo, riferendomi a quello che mi hai chiesto prima: se parli con un francese o con uno spagnolo anche se non hai capito niente, senti che sei molto vicino. Se invece parli con uno svedese è molto dura! È qualcosa che fa parte di un altro universo dove evidentemente non mangiano olio d’oliva… Insomma per quanto sempre meno visibile, siamo condizionati dall’aria che respiriamo: adesso io ho preso uno studio a Torino che è una città che amo per l’arte, per tanti amici che ho e  per i tanti rapporti che ho instaurato. È sicuramente una città straordinaria, mediterranea… però torno qua a Roma e c’è un clima … non so, è diverso!

Irene. Ma dunque le tue relazioni con i maestri? O con la generazione precedente? Com’è stato il rapporto di formazione o di crescita?

Nunzio. Guarda, ti racconto la mia storia. Io ho fatto studi un po’ canonici, ho fatto la scuola d’arte dove ho incontrato degli insegnanti interessanti. Secondo me la qualità di quello che riesci a fare, dipende anche da chi hai incontrato. E dal rapporto che hai avuto. Quasi sempre succede che prosegui dei filoni di chi ti ha preceduto. Io devo dire che sono stato abbastanza fortunato, ho avuto dei bravi insegnanti anche quando andavo al liceo. Poi all’Accademia ho incontrato Scialoja che all’epoca non insegnava pittura ma scenografia. Molti artisti della mia generazione o di quella precedente, tipo Kounellis o Pascali, hanno fatto il corso con lui, e questi sono tutti artisti che io amo …

Irene. Rispetto a questi artisti che hai citato, tu come ti differenzi?

Nunzio. Io sono uno che lavora sullo spazio di sicuro, ma su un’idea di spazio che non è necessariamente un’idea diciamo fisica o plastica o che ha un’enorme estensione. Io lavoro su un aspetto abbastanza particolare, che è anche il mio modo di vedere le cose cioè quello dell’essenzialità, della riduzione, del fare con meno elementi possibili senza grande clamore. Quello che mi caratterizza è la non spettacolarità, apparentemente il non clamore, il non colpire l’occhio. Richiedo allo spettatore un po’ di attenzione !

Daniele. Ma un Cinese che cosa capisce della tua arte? Quello che tu mi stai dicendo è mediamente chiaro per un occidentale ma nel momento in cui ti trovi a confrontarti con un pubblico diverso abituato a scale, dimensioni e temi totalmente differenti, come la mettiamo? Quando tu realizzi le tue opere d’arte, ti metti mai nella condizione di pensare a come verranno recepite ?

Nunzio. Prima di tutto io di principio ritengo di non fare dell’arte. Ci sarà qualcuno che un giorno dirà che quello che io faccio è arte oppure no. Io mi muovo e opero nello spazio spostando, modificando, cambiando e pensando ad alcuni oggetti in una certa maniera. E questo ritengo sia molto importante sia per me che per gli altri. Poi per quello che riguarda come ci guarda un cinese, io non lo so proprio! Secondo me come mi vede uno delle isole Figi che sta tutti i giorni dentro l’acqua e raccoglie conchiglie è un problema sociologico di cui se ne deve occupare qualcun altro. Io mi preoccupo di fare delle opere che dovrebbero avere un senso al di là delle culture. Generalmente viaggio molto e cerco di avere dei rapporti con tutte le culture e ti devo confessare che più che la Cina ho frequentato abbastanza il Giappone. L’ultimo viaggio l’ho fatto un mese fa e a luglio scorso sono stato per più di un mese e mezzo tra Tokyo e nella regione di Hokkaido. Sai che per molti giapponesi io sono troppo giapponese ?

Irene. Perché ti dicono che sei troppo giapponese? Per il bianco e per il nero? Perché ti vedono minimalista? Noi siamo stati molto di recente in Giappone e devo dire che l’essenzialità di alcune forme di espressione effettivamente sono assolutamente affascinanti …

Nunzio. Non solo per quello… e comunque mi hanno detto che amano molto il mio lavoro! Ti racconto questa cosa. Io ho abitato in un’isola che si chiama Assos a Cefalonia, c’era un piccolo posto, bellissimo! Una piccola baia,  naturalmente con la sua bella fortezza veneziana perché, sai, i veneziani stavano dappertutto. E in questa piccola baia di Assos c’era una casa che ci avevano affittato con pavimenti di legno. Era talmente bella! Arcaica, essenziale, senza nulla, era veramente ridotta all’osso, solo con la cisterna. Secondo me poteva averci abitato Omero! Insomma una roba fantastica. Ecco, io trovo che anche i giapponesi vivano in quel modo là.  Hanno il tatami, hanno cioè un certo tipo di spazio essenziale. Poi c’è  la cerimonia del te con tutto il suo rituale, c’è la piantina, una soltanto, in un giardino, poi lo spazio riservato al pensiero, alla contemplazione… tante cose che io ritengo vicine, stranamente, alla cultura mediterranea.

Daniele. Alla luce di quello che ci stai dicendo, possiamo unire questi due punti geograficamente così distanti tra di loro e dire che il Mediterraneo lo si può trovare anche in Giappone?

Nunzio. Senz’altro! C’è un tipo di rapporto, c’è un certo tipo di Mediterraneo anche in Giappone. Secondo me comunque i Giapponesi non conoscono bene la Grecia, altrimenti capirebbero da dove provengono le radici della cultura italiana che loro amano così tanto.

Daniele. E comunque non sei incuriosito in qualche maniera da questa fenomeno controverso che è la Cina in piena espansione ?

Nunzio. Guarda, quello che a me interessa forse sono i rapporti per cercare di capire. Della Cina, tranne la Muraglia Cinese che gli astronauti riescono a vedere quando vanno nello spazio, ne so molto poco. Andrò a settembre prossimo a fare una mostra proprio a Pechino e devo dire che il mio spirito sarà quello di capire di più che succede in un paese con un miliardo e mezzo di persone e con una spinta economica spaventosa. A Tokyo ho visitato una mostra sulle città più grandi del mondo. C’erano dei plastici eccezionali e quello che saltava più agli occhi era Shangai! Però devi ammettere che questi sono fenomeni di cui uno piglia atto ma poi va avanti con il lavoro che porta avanti da anni.  Se poi succede che si riesce a relazionarsi, allora si cerca di rifletterci meglio…

Irene. Ci racconti invece del tuo rapporto con gli architetti? Noi ci siamo laureati con Anselmi e Cellini che sappiamo che tu conosci e che in qualche maniera hanno esplorato molto con la loro pratica i confini tra l’arte e l’architettura. Ci piacerebbe scambiare qualche battuta per capire che margine c’è di collaborazione, se c’è …

Nunzio. I miei rapporti con gli architetti non sono stati molti nella mia vita. Mi è capitato un caso strano, curioso, anche interessante. Alcuni ragazzi hanno partecipato a un concorso prendendo spunto da una mia opera esposta alla Galleria Nazionale di Roma per progettare un …

Daniele. La Concert Hall di Sarajevo, no ?

Nunzio. Proprio così ! I ragazzi si sono ispirati a questa mia opera che era una superficie molto plastica di legni bruciati forse perché pensavano alla guerra, e dopo un po di tempo mi hanno portato il progetto per sapere che ne pensavo. Io all’inizio non sapevo come reagire anche perchéero all’insaputa di tutto! Siccome poi sono stati molto gentili, e anche molto modesti ho deciso di aiutarli e abbiamo fatto un plastico assieme. Il rapporto che abbiamo instaurato è stato abbastanza interessante perché riconoscevano in pieno i mio contributo. Questo lo dico perché normalmente gli architetti non lo fanno mai! Usando gli stessi strumenti gli artisti e gli architetti guardano allo stesso problema con occhi del tutto diversi e ahimè per un artista l’approccio dell’architetto è sempre gratuito e velleitario, per un architetto viceversa quello dell’artista è sempre…

Daniele. Inutile!

Nunzio. Appunto! E quindi vedi che a volte possono nascere delle collaborazioni molto interessanti ma piu’ spesso succede che ognuno va per la sua strada e non ci si confronta mai, anzi si pensa solo alla reciproca inutilità.  Devo dire che con degli amici architetti ho partecipato altre volte a concorsi ma trovo che ci siano delle difficoltà oggettive di comunicazione, nel senso che l’artista, almeno come lo intendo io, lavora più su un’idea che normalmente si porta dietro e che racconta se stesso. Questo significa che sono ammessi degli errori, ovvero gli errori colpiscono, se capitano solo lui. Invece l’architetto è molto responsabilizzato. Lavorando con altri, non si può’ permettere di sbagliare altrimenti l’errore coinvolgerebbe uno stuolo di persone a molti livelli.

Daniele. Bene. Per ora ti ringraziamo e speriamo di poter rimandare ad una prossimo intervista un ulteriore approfondimento su questo tema che secondo noi vale la pena di mettere a nudo, magari facendo un concorso assieme !

Irene. Grazie.

Daniele Mancini e Irene Rinaldi

04 02 2006

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