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Open Source Architecture. L’espressione “Open Source” è un fruttuoso prestito dal mondo dell’informatica che definisce così i software a licenza gratuita i cui codici sorgente sono accessibili agli utenti. Si tratta in realtà  di una modalità  produttiva potentissima che garantisce da un lato l’evoluzione continua dei programmi grazie al contributo di chi li usa e che presenta dall’altro risvolti destabilizzanti nei confronti di contesti socio economici dove la conoscenza e la sua diffusione vengono mercificati. L’esempio più evidente sono le battaglie legali tra Bill Gates e i consorzi concorrenti che sostengono software appunto come “risorsa aperta”, cioè condivisibile, modificabile, evolvibile, replicabile e riusabile a costo zero.

La filigrana che emerge dalla sovrapposizione di questa etica produttiva al mondo dell’architettura(1) è quella di un grande affresco dove trovano posto sia il cantiere della cattedrale gotica – magnificente simulacro della primitiva società  “borghese”, dove ognuno secondo la propria abilità  e necessità  realizzava o migliorava la porzione della cattedrale sulla quale era chiamato a offrire il proprio contributo – che l’eden ideale dell’autodeterminazione degli anni sessanta: dalle Utopies rèalisables di Yona Friedman (con la sua Ville Spatiale) alla previsione tecno-nomadica di Constant (New Babylon), anticipatrice delle fantasie cibernetiche di Cedric Price (Fun Palace) e insieme interprete delle pratiche situazioniste e del loro contenuto rivoluzionario. Un connubio che aggiungeva un fascino sovversivo(2) alla speranza che la tecnologia (o la cultura?) accessibile, diffusa e praticabile liberamente ci affranchi da presunte schiavitù sociali. Nel nostro universo diciamo così neomedievale, in cui sembra che la costruzione del “sapere” avvenga attraverso l’accumulazione digitale di contributi dislocati(3) (si veda ad esempio il fenomeno wikipedia, l’enciclopedia autogestita in rete, http://www.wikipedia.org), c’è da osservare come alcune architetture emergenti dal forte carattere esplorativo(4) tornano di nuovo a sfidare le frontiere non proprio agevoli dell’autoorganizzazione, della personalizzazione di massa o dell’indeterminazione di sistemi aperti, per nominarne alcune, facendo uso di strumenti concettuali che permeano l’attuale mondo dell’elaborazione culturale “sostenibile” e “open source”, cioè la condivisione delle risorse, il mutuo scambio, la flessibilità, e in particolare il riusare idee e concetti(5).

Ciccio-dromo. Per quel che riguarda noi e l’open source, all’inizio è bastato qualche metro di nylon cucito a forma di siluro, di sfera o di ciambella, un ventilatore di dimensioni modeste, un computer, qualche sensore, un proiettore, la voglia di sperimentare… et voilà ! il Ciccio, ovvero il Couriously Inflated Computer Controlled Interactive Object.

Il Ciccio, in quanto oggetto gonfiabile interattivo provvisto di istruzioni per l’uso, è infatti una piattaforma totalmente open source che tutti possono usare, copiare, modificare, implementare e distribuire liberamente. Per questo abbiamo predisposto una pagina web di documentazione (http://projects.interaction-ivrea.it/Ciccio) che serve a tenere traccia degli esperimenti e delle installazioni che mano mano realizziamo ma anche a condividere la nostra cassetta degli attrezzi che è sia concettuale (i links verso i siti per noi rilevanti e le parole chiave intorno a cui ragioniamo) che concreta (le componenti materiali del meccano). Il Ciccio è gonfiabile e quindi leggero e facilmente trasportabile. Il suo involucro è bianco e all’interno sembra di essere sospesi in un limbo lattiginoso. Ma può anche diventare un oggetto o uno spazio colorato se opportunamente illuminato o proiettato. Per i nostri esperimenti l’abbiamo appeso e disteso, messo per dritto e in orizzontale. L’abbiamo fatto a forma di ciambella, di siluro e di sfera. L’abbiamo realizzato a Ivrea ma poi l’abbiamo trasportato a Roma, Firenze, Milano, Torino, Genova, Londra, Bangkok, Pechino e ci prepariamo a farlo atterrare in molte altre città . Il Ciccio è nato come strumento didattico nel maggio 2003 presso l’Interaction Design Institute Ivrea dove un gruppo di professori e studenti per niente casualmente si sono trovati a discutere e lavorare assieme(6). Ciccio è diventato l’occasione per imparare a insegnare l’interattività  ma anche per imparare a prototipare rapidamente e in modo economico delle interfaccie spaziali dotandolo di opportuni sensori, oppure per sperimentare tecnologie semplici che poi sono state travasate in progetti di tesi, workshops o installazioni più complesse.

Ma soprattutto il Ciccio è stata l’occasione ironica di progettare inventando storie al limite del surreale in cui la sceneggiatura è scritta fin nel minimo dettaglio: coppie gay che sopravvivono dopo una devastazione termonucleare all’interno di una capsula gonfiabile dotata di tutti i confort; campi base per esploratori tecnologici con la pretesa di condensare ogni frammento di memoria in sofisticati chip; caverne in cui poter lasciare graffiti sonori; abitazioni simboliche che accumulano e rilasciano traccie audio.

Note

1 Usman Haque, Hardspace, softspace and the possibilities of open source architecture in http://www.haque.co.uk/opensourcearchitecture.php. “Open source in the software universe refers to a type of source code (with which software is designed and built) that is accessible to all; that is freely distributed as long as it remains equally open; that allows for modification and derivatives as long as the result is equally open; that is non-discriminatory; where patching is possible without disturbing the integrity of the main work; and that is technology neutral. Similarly, an open source architecture requires a framework in which the distinction between “those who design” and “those who use” is replaced by participatory system that encourages a constructed project to be constantly “patched” or “performed”. Such an architecture comes close to the visions Dutch artist, architect and situationist Constant had in his project New Babylon”. Dennis Kaspori, A Communism of Ideas. Towards an open-source architectural practice, in “Archis”, n. 2, 2004, e in http://www.suite75.net/blog/maze, “That same ‘hacker’ culture is also the basis for the emergence of a new organizational model in software engineering, the ‘open source’ movement as it is called. Open source means that the source code of a software program is freely available to all and sundry”.

2 Si pensi agli attuali fenomeni controversi dello sharing peer to peer, del copia e incolla, dello spamming selvaggio, dell’hacking (o cracking), dello shortcut acritico e l’improprio e incontrollato uso di dati privati, tanto per citarne alcuni.

3 Cfr. http://www.repubblica.it/2005/b/rubriche/scenedigitali/wik/wik.html.

4 Vedi per esempi Aranda + Lasch, in “Domus”, n. 883, luglio-agosto 2005, pp. 72-83, oppure il progetto di tavolo genetico di Reed Kram e Clemens Weisshaar, in “Domus”, n.879, marzo 2005, ma anche i progetti di Usman Haque in http://www.haque.co.uk/.

5 Nicolas Bourriaud, direttore del Palais de Tokyo a Parigi, nel suo libro Postproduction mostra come l’arte abbia sviluppato una pratica in cui i nuovi significati e le nuove idee sono generate all’interno di un processo di ‘riciclo culturale’. Il riciclare, riposizionando idee esistenti, conduce a nuove idee. Queste nuove idee vengono testate e fatte circolare a turnazione. Tale manipolazione produce modelli alternativi che offrono una prospettiva differente per guardare le relazioni tra le cose. Modelli sociali ed economici sono oggetto di manipolazione. In questa maniera la ‘postproduzione’ crea una economia dell’uso e del riuso. Nicolas Bourriaud, Postproduction. Culture as Screenplay. How Art Reprograms The World, New York 2002

6 Il Ciccio Group si è costituito nel Maggio 2003 per la partecipazione al concorso Europan 7. Al nucleo originale composto da Walter Aprile begin_of_the_skype_highlighting     end_of_the_skype_highlighting, Dario Buzzini, Line Ulrike Christiansenn, Eyal Fried, Daniele Mancini e Stefano Mirti, che si sono incontrati all’Interaction Design Institute Ivrea, si sono aggiunti tutti coloro che nel corso dei mesi hanno usato la piattaforma del Ciccio per sviluppare progetti e prototipi interattivi originali: http://projects.interaction-ivrea.it/Ciccio; http://www.interaction-ivrea.it/Ciccio; d.mancini@unpacked.it

Pubblicato in
Ciccio. Avventura Open Source,
in Parametro, n.260, Dicembre 2005, pp.58-62 – download the Pdf

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